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Coprogettazione

 
 
 
 

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Sul tema si veda anche la scheda: Dimensioni analitiche dei modelli di programmazione

 

Elementi dalla Tesi di Laurea Magistrale in Politiche e servizi sociali, Università di Torino, A.A. 2018-19

A cura di Giorgia Camilla

 

Cosa è.

“Si sostanzia in un accordo procedimentale di collaborazione che ha per oggetto la definizione di progetti innovativi e sperimentali di servizi, interventi e attività complesse da realizzare in termini di partenariato tra amministrazioni e privato sociale e che trova il proprio fondamento nei principi di sussidiarietà, trasparenza, partecipazione e sostegno dell’impegno privato nella funzione sociale”[1]. Un accordo che necessita di un delicato e approfondito processo delle parti.

Il vantaggio primario, nonché il fine, della coprogettazione è quello di andare a strutturare una governance multilivello che permetta una reale collaborazione tra i soggetti pubblici e privati coinvolti, andando così a superare il rapporto di committenza tipico dell’appalto e di altre forme di rapporto tradizionalmente utilizzate.

La coprogettazione, nonostante la sua presenza quasi ventennale nella nostra normativa[2], ha attirato l’attenzione di soggetti pubblici e privati soltanto negli ultimi anni, complice anche la crisi che ha sempre più ridotto l’apporto di risorse utilizzabili nell’ambito sociosanitario.

Un cambio di paradigma

L’enfasi sulla coprogettazione posta negli ultimi anni è senza dubbio il frutto di un passaggio graduale da una logica top-down, ad una bottom-up, nonché da un modello basato sul government, ad uno basato sulla governance. La logica di governance, a differenza della precedente, tenta di svincolarsi dall’idea di un attore “dominante” che guida in autonomia il processo decisorio e programmatorio.

Il concetto di governance, per quanto affascinante, risulta tuttavia ancora oggi molto nebuloso, tanto che Bifulco e Centemeri[3] la hanno definita “nozione-ombrello”, data la vastità di significati contenuti al suo interno.

Ad oggi potremmo affermare che, nella maggioranza dei casi, le logiche bottom-up vadano ad interessare il settore della progettazione, anche se può divenire un importante “banco di prova” per un futuro avvicinamento anche alla co-programmazione.

Tale approccio si differenzia sostanzialmente da quello tipico dei Piani di zona previsti dalla legge 328/2000, in quanto, in quella sede, nonostante il coinvolgimento di più attori, la presa di decisione ricadeva sostanzialmente nelle mani dell’attore pubblico.

Dato il suo marginale utilizzo nel corso degli anni, ad oggi, ci si trova in una situazione alquanto incerta dal punto di vista procedurale, tanto che anche l’A.N.A.C. [4] è intervenuta a più riprese al fine di declinarne gli aspetti formali.

Una lettura integrata che comprenda sia il parere dell’A.N.A.C., sia i contributi teorici presenti in letteratura, indica che la coprogettazione, pur differenziandosi, come già detto, da altre forme, ne conserva alcuni elementi similari, quali, ad esempio, la necessità di indire una istruttoria pubblica al fine di selezionare i partner progettuali.

Pur non potendo considerare la coprogettazione quale “panacea di tutti i mali” è indubbio che in questo periodo particolarmente critico anche dal punto di vista del reperimento delle risorse, essa possa configurarsi quale valido strumento, grazie anche alla previsione del cofinanziamento; oltre ciò è evidente che una forte spinta rispetto all’incremento del suo utilizzo sia dovuta alle più recenti introduzioni normative, in primis al Codice del Terzo Settore, e all’apertura nell’utilizzo di questo strumento anche ai Ministeri.

Le fasi.

Sulla base delle disposizioni dell’A.N.A.C diversi attori, tra cui De Ambrogio e Guidetti[5] hanno elaborato una propria proposta di suddivisione in fasi come segue:

● pubblicazione del bando;

● la redazione e successiva presentazione da parte dei soggetti interessati dei progetti;

● la valutazione degli stessi da parte dell’Ente proponente sulla base di criteri sia qualitativi, sia quantitativi;

● la selezione dei partecipanti;

● il lavoro preparatorio;

● la sottoscrizione dell’accordo.

Interessante è la ulteriore proposta di introdurre un colloquio vis à vis con i candidati prima della scelta dei partecipanti, al fine di orientare al meglio la scelta.

Inoltre, per meglio integrare le differenze e facilitare la conoscenza tra gli attori coinvolti, si ritiene che, a completamento, sarebbe opportuno introdurre una fase “intermedia” tra la selezione dei partecipanti e il reale inizio dei lavori, dedicata alla presentazione e alla conoscenza reciproche, per far sì che si possa iniziare concretamente ad operare avendo sciolto quanto meno i dubbi e le riserve più profonde rispetto agli altri partner, senza che questo vada ad escludere successivi momenti di confronto e di discussione.

Il tema delle missions degli attori.

Il soggetto pubblico, sia esso lo Stato, la Regione, la Provincia o il Comune, si fa garante del benessere dei cittadini, considerandolo quale bene comune che, pertanto, deve essere garantito a tutti i cittadini dello Stato, ispirandosi a principi di uguaglianza e di equità.

Gli enti del Terzo settore, invece, data la loro natura privata, non sono investiti di questo mandato; essi, qualsiasi sia la loro configurazione in termini giuridici, agiscono, principalmente, per adempiere alla propria specifica mission tematica.

Questa differenza di fondo porta a modalità di programmazione che debbono essere conosciute e reciprocamente integrate ad evitare un sistema che potremmo definire a “canne d’organo”[6], in cui diversi attori pongono in essere diverse attività senza che queste siano necessariamente connesse. È il tema della reale condivisione dell’obiettivo in essere.

Gli obiettivi del progetto.

Ogni Ente si avvicina alla coprogettazione con un proprio obiettivo indipendentemente dalle finalità indicate nel bando; ciò non significa, ovviamente, che la finalità generale espressa dall’ente proponente non sia condivisa, ma piuttosto che ciascun partner, a seconda della propria mission e delle proprie esperienze pregresse, si approccerà alla coprogettazione con obiettivi specifici, talvolta differenti, o solo articolati, da quelli generali. Questo aspetto, insieme alle possibili differenze di carattere strutturale, è senza dubbio comprensibile, ma deve essere reso esplicito, al fine di facilitare la rinegoziazione e l’integrazione di tutti gli obiettivi. Il che presuppone una grande capacità di riconoscimento delle esigenze e delle aspettative altrui, all’interno dei vincoli del progetto.

I soggetti privati e nuove modalità di interazione.

La coprogettazione, data la sua natura collaborativa e non competitiva, tende ad accrescere i rapporti di cooperazione tra i soggetti privati, favorendo la creazione di reti sociali spendibili anche al di fuori dello specifico progetto.

Questa tensione positiva non annulla in toto l’elemento competitivo, ma, indubbiamente, lo attenua, soprattutto nel caso in cui tra i partecipanti del privato sociale vi sia il reale interesse di mettersi in gioco e di rendere il proprio know how disponibile per tutti i soggetti coinvolti, permettendo così anche ad Enti più piccoli o “neonati” di prendere parte al processo.

Le differenze, dunque, rappresentano il valore aggiunto della coprogettazione, ma necessitano di essere riconosciute, comprese e, in ultimo, integrate positivamente tra loro.

Il ruolo dell’Ente capofila.

Nonostante il tendenziale distacco dalla logica competitiva e di government tipica dell’appalto, anche all’interno della coprogettazione si mantiene una necessaria attività di valutazione e di scelta dei candidati da parte dell’Ente capofila. Questo elemento di “selezione” fa sì che, nonostante il cambio di paradigma, si mantenga in capo all’Ente capofila un ruolo importante di regia, non solo nella fase di scelta dei partecipanti, ma, altresì, durante la fase di stesura ed implementazione del progetto. Si tratta di un ruolo estremamente delicato, ma indubbiamente necessario, dato che, se correttamente espletato, diviene garante dell’eguale partecipazione di tutti i soggetti coinvolti, della mediazione tra istanze e obiettivi diversi, nonché del buon andamento del progetto.

La capacità dell’Ente capofila di assumere questo ruolo e di gestirlo con autorevolezza (direttivo e non autoritario) è uno degli elementi che maggiormente contribuiscono all’evoluzione positiva del progetto, permettendo così di mediare tra le differenze di tutti i soggetti coinvolti.

I “costi” della coprogettazione.

Tutto il processo richiede un notevole sforzo da parte dei partecipanti, con costi che, molto spesso, non sono valutati e conteggiati. Al contrario, quasi sempre la coprogettazione richiede ai privati partecipanti una quota di co-finanziamento: un aspetto reso necessario dalla natura stessa della coprogettazione che presuppone una forma di parità tra i partecipanti, che non sarebbe possibile conservando le logiche tipiche dell’appalto.

Infatti, nell’appalto il rapporto pubblico-privato risulta di “subalternità”, con il potere decisionale totalmente sbilanciato a favore del soggetto pubblico che: espone le proprie richieste (bando); seleziona il soggetto che maggiormente si confà alle sue esigenze (gara competitiva); corrisponde l’equivalente economico per le attività svolte.

Nella coprogettazione la logica di fondo cambia totalmente: il Terzo settore diviene a tutti gli effetti un partner e non più fornitore. Conseguentemente, non riceve un pagamento per le attività svolte, ma soltanto un rimborso per i costi vivi sostenuti e gli si chiede di compartecipare alla spesa (cofinanziamento).

In una situazione in cui l’attività svolta dagli enti del Terzo settore ha sempre meno una natura volontaristica, ma fortemente professionalizzata, è facile comprendere come la coprogettazione aumenti esponenzialmente i costi per gli enti del privato sociale che devono investire loro risorse economiche, organizzative e professionali (spesso proporzionalmente rilevanti per gli enti più piccoli).

In particolare, i costi di coprogettazione hanno anche una natura organizzativa e di back office in quanto si impone a tutti i partecipanti un nuovo modo di lavorare che necessita, ovviamente, un cambio di approccio nell’operatività quotidiana e, molto spesso, anche una vera e propria riorganizzazione dell’Ente, soprattutto di quelli del privato sociale. Coprogettare, dunque, richiede impegno, un cambio di approccio radicale (perché “nell’appalto non si litiga, nella coprogettazione invece sì, anche molto”) perché all’interno entrano tutte le diverse istanze ed esigenze, le quali necessitano di essere accolte e mediate rispetto agli obiettivi generali del progetto.

Dunque, al fine di garantire l’erogazione di servizi di qualità, gestiti da personale qualificato, gli enti del Terzo settore debbono farsi carico di spese non indifferenti.

Un utilizzo strumentale da parte del pubblico?

Gli attori del privato sociale, infatti, non soltanto compartecipano in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di know how, expertise, conoscenza del territorio, etc., elementi che, pur non essendo monetizzati, portano alla progettazione un notevole potenziale ed una forte carica innovativa. Il rischio è che una buona parte della qualità di un progetto sia “acquistata” dal pubblico a “prezzi di saldo” a cui i privati sono obbligati ad aderire sia per una carica ideale, ma anche per sopravvivere.

Note

[1] Delibera A.N.A.C. n. 32 del 20/01/2016, Determinazione linee guida per l’affidamento dei servizi a enti del Terzo settore e alle cooperative sociali. https://www.anticorruzione.it/portal/public/classic/AttivitaAutorita/AttiDellAutorita/_Atto?ca=6421
[2] Formalmente il termine è stato introdotto dal d.p.c.m 30 marzo 2001 “Atto di indirizzo e coordinamento sui sistemi di affidamento dei servizi alla persona ai sensi dell'art. 5 della legge 8 novembre 2000”
[3] Bifulco L., Centemeri L., La partecipazione nei piani sociali di zona: geometrie variabili di governance locale, op.cit. p. 221
[4] Autorità Nazionale Anticorruzione: la sua funzione è la prevenzione della corruzione nell'ambito della pubblica amministrazione italiana, nelle società partecipate e controllate dalla pubblica amministrazione.
[5] De Ambrogio U., Guidetti C., La coprogettazione. La partnership tra pubblico e Terzo settore, Carocci Faber, Roma, 2016
[6] Merlo G., La programmazione sociale. Principi, metodi e strumenti, Carocci Faber, Roma, 2014, p. 62

Approfondimenti:

Brunod M., Moschetti M., Pizzardi E., La coprogettazione sociale. Esperienze, metodologie e riferimenti normativi, Erikson, Trento, 2016

De Ambrogio U., Guidetti C., La coprogettazione. La partnership tra pubblico e Terzo settore, Carocci Faber, Roma, 2016

Donato A., Mento F., Co-progettazione, uno spiraglio dal Tar della Campania, in Vita, 12 luglio 2019

Lombardi A., Coprogrammazione e coprogettazione, in equilibrio tra autorità e libertà, Welforum, 2019

Marocchi G., Coprogettazione: ANAC e Consiglio di Stato rimescolano le carte, Secondo welfare, 2018

Marocchi G., Enti pubblici e Terzo settore: la riforma rilancia il partenariato, Welforum, 2017

Merlo, G., La programmazione sociale. Principi, metodi e strumenti, Carocci Faber, Roma, 2014

 

Fonte: https://sites.google.com/site/programmazionesociale/home/box-di-approfondimento/coprogettazione?authuser=0

Sustainable models of business

 
 
 

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Si vedano anche le schede:

Responsabilità Sociale di Impresa

Benefit corporation

 

 

Con il termine di "Sustainable model of business" delle imprese ci si riferisce ad un approccio sistemico, etico e di lungo periodo: è un paradigma di sviluppo delineato dall’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e dai relativi Sustainable Development Goals (SDGs).

“Sustainable value occurs only when a company creates value that is positive for its shareholders” (Lazlo 2008, p. 123). In questo essa si lega ad una responsabilità sociale di impresa “naturale”, ovvero riferita alla natura propriamente sociale dell’impresa (Sena 2009), e non di facciata, al punto che in letteratura “sostenibilità” (come capacità di “rispondere ai bisogni presenti, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”) e “responsabilità sociale” sono utilizzate più spesso come sinonimi.[1]

Si tratta di un settore economico, un potenziale di impresa, in cui “L’introduzione di un modello di sviluppo sostenibile nella governance strategica e l’integrazione di ogni funzione dell’organizzazione permette di ottimizzare i costi, creare innovazione, aumentare la capacità di attraction e retention dei talenti e della clientela, migliorare il clima aziendale e la perfomance dei dipendenti, incrementare il valore per gli shareholders”[2], aumentando le possibilità di sopravvivenza delle imprese, fornendo una fonte di vantaggio competitivo[3] (almeno in termini di immagine), creando la possibilità di nuovi posti di lavoro.

 

Approfondimenti:

Geissdoerfer M., Vladimirova D., Evans E., Sustainable business model innovation: A review, Elsevier 2018

Lazlo C., Sustainable Value, Oxford University 2008

Hendricks D., How to Create a Sustainable Business Model, business.com 2018

https://www.business.com/articles/how-to-create-a-sustainable-business-model/

Sena B., L’agire responsabile. La responsabilità sociale d'impresa tra opportunismi e opportunità, LibroCo.Italia 2009

Comin G., I nuovi modelli di business per la creazione del valore condiviso, Le Formiche 2014

http://formiche.net/2014/06/25/i-nuovi-modelli-business-la-creazione-del-valore-condiviso/

Comin G., Verso una governance sostenibile (O. P., F., V.), L’impresa, 4/2009

 

 

 

[1] Comin G., I nuovi modelli di business per la creazione del valore condiviso, Le Formiche 2014http://formiche.net/2014/06/25/i-nuovi-modelli-business-la-creazione-del-valore-condiviso/
[2] Comin G., Verso una governance sostenibile (O. P., F., V.), L’impresa, 4/2009
[3] Un vantaggio competitivo si riferisce agli elementi dell'azienda e dei suoi prodotti o servizi che creano valore aggiunto e differenziano l'offerta da quella dei concorrenti agli occhi dei clienti.
 
Fonte: https://sites.google.com/site/programmazionesociale/home/box-di-approfondimento/sustainable-models-of-business?authuser=0

Il programmatore, progettista sociale:

ruolo, funzioni e competenze.

Normativa e codifiche.

 
 
 

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VEDI ANCHE LE SCHEDE:

Assistente sociale di fabbrica

Pianificazione, programmazione, progettazione

E LE VOCI: Progettazione e Programmazione dell'Indice analitico generale

 

Un raffinato artigiano, “un tecnico talmente esperto da garantire, al meglio della situazione in cui opera, la sequenza e i contenuti di un ciclo teorico”, “in grado di coniugare una forte competenza tecnica con la massima duttilità operativa nel cercare la migliore soluzione possibile al momento dato, nei tempi disponibili, per il problema che viene posto.” (Merlo G., 2014, p.206, 137)

 

“Il progettista sociale ha come oggetto dell’attività professionale l’ideazione, pianificazione, redazione, gestione, controllo e monitoraggio, valutazione e rendicontazione di progetti di intervento sociale e socio sanitario sviluppati tanto in risposta a bandi, avvisi pubblici, gare, call for proposals e altre opportunità di Enti Erogatori di natura sia pubblica che privata, quanto autonomamente dall’ente per cui il progettista opera. Il Progettista Sociale svolge la propria attività in forma singola o associata, come dipendente e collaboratore, anche volontario, di enti e associazioni di diritto tanto privato quanto pubblico o come consulente delle stesse, abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, ai fini del miglioramento delle condizioni umane, economiche, sociali, ambientali, di salute, di partecipazione civile e di partecipazione democratica, incluso il contrasto di ogni forma di discriminazione, delle comunità degli uomini e di specifici target all’interno di queste.

Per “progetto sociale” si intende un ciclo di attività tra loro collegate e coerenti e circoscritte in un tempo definito e limitato tese a realizzare risultati, prodotti, servizi, cambiamenti sociali e/o culturali misurabili, anche dal punto di vista dell’impatto, nel contesto di riferimento, unici e di apprezzabile utilità per i Beneficiari. Il progetto è promosso tanto in risposta a bandi, avvisi pubblici, gare, call for proposals e altre opportunità di Enti Erogatori di natura sia pubblica che privata, quanto autonomamente dall’ente per cui il progettista opera.”

Associazione Italiana Progettisti sociali http://www.progettistisociali.eu/progettista-sociale

 

Al fine di individuare ruolo, funzioni e competenze del programmatore, progettista sociale, occorre fare due distinzioni.

1. Programmazione e progettazione

“Appare sicuramente difficile, in astratto, distinguere la progettazione dalla programmazione, cioè definire quando si parli di un progetto complesso, magari articolato in diverse sotto azioni, o di una strategia generale: è il “paradosso del sorite”. “Diciamo che, in generale, un progetto viene visto come un’entità autonoma che parte da una precisa e delimitata esigenza di cambiamento, introduzione di novità, realizzazione o sperimentazione di nuove opportunità o servizi; nasce e cresce, cioè, di una sua vita autonoma, dall’ideazione alla sua implementazione, realizzazione e valutazione finale. Nel nostro campo, un progetto (o più di uno in parallelo e sinergia) può essere uno strumento di una strategia che, come tale, ha caratteristiche di generalità e complessità di cambiamento, coinvolge un numero spesso molto articolato di attori e può, spesso deve, comprendere anche molti altri.” (Merlo 2014, p 25).

Si veda la scheda: Alcuni concetti di base: politica, pianificazione, programmazione, progettazione

2. Programmazione esterna ed interna

Quando si parla di programmazione esterna ci si riferisce allo “strumento operativo di una politica (insieme di indirizzi e decisioni) tramite cui certi soggetti (che hanno questa funzione e questo potere) cercano di influenzare la dinamica (l’evoluzione) di un sistema spesso complesso, orientandolo verso obiettivi prefigurati e utilizzando strumenti adeguati. (Merlo 2014, p. 22). Nel caso delle politiche sociali e la conseguente programmazione il campo è vasto e in continua evoluzione, con progressivi allargamenti di ottica. (Merlo 2014, p. 32 e seguenti).

La programmazione interna ha a che vedere con i metodi e gli strumenti che ciascuna organizzazione adotta per essere in grado di perseguire i propri obiettivi. In generale può essere assimilata al concetto di management. Nel nostro caso: “processo, che implica aspetti sia tecnici che interpersonali, attraverso cui si specificano e si realizzano gli obiettivi dell’istituzione di riferimento, utilizzando le risorse (ossia persone, professionalità, cultura, ambiente sociale, attrezzature, tecnologie, ecc.) a disposizione o attivabili per il raggiungimento di tali obiettivi.”

Rampazzo L., La programmazione delle attività del servizio, ISDN 2002 http://www.dipendenzefvg.it/wp-content/uploads/2017/11/Quality-Management.pdf

NOTA. Mentre i privati adottano metodi e strumenti a loro discrezione, nella PA ci si riferisce a:

- Documento Unico di Programmazione (DUP): costituisce il presupposto necessario di tutti gli altri documenti di programmazione di un Ente, nonché la guida strategica ed operativa. È organizzato in due sezioni: quella strategica ha come orizzonte temporale di riferimento il mandato amministrativo, quella operativa il bilancio di previsione. In tal senso il DUP assume il ruolo in precedenza ricoperto dalla Relazione Previsionale e Programmatica (RPP).

- Piano Esecutivo di Gestione (PEG), ha lo stesso orizzonte temporale: indica gli obiettivi della gestione che vengono affidati, unitamente alle dotazioni necessarie, ai responsabili dei servizi.

Decreto legislativo n. 126/2014 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/08/28/14G00138/sg

Sia che si distingua tra progettazione esterna ed interna, che tra programmazione e progettazione, le competenze (e capacità) nonché gli strumenti sono piuttosto differenti.

In generale si può dire che man mano che si allarga il campo da uno specifico tematico (es. immigrazione, giovani, etc;), ad uno più generale (vedi distinzione tra programmazione per tema e di ambito), fino ad arrivare ad una programmazione strutturale, analogamente si modificano e si allargano le competenze richieste.

Ci si trova, pertanto, alla confluenza di molteplici saperi che, molto sinteticamente e schematicamente, è possibile indicare nel seguente quadro.

 
 
 
 
Le professionalità normate

Assistente sociale specialista (D.P.R. del 5-6-2001, n. 328)

Formano oggetto dell’attività professionale degli iscritti alla sez. A:

· l’elaborazione e la direzione di programmi nel campo delle politiche e dei servizi sociali;

· la pianificazione, l’organizzazione e la gestione manageriale nel campo delle politiche e dei servizi sociali;

· la direzione di servizi che gestiscono interventi complessi nel campo delle politiche e dei servizi sociali;

· l’analisi e la valutazione della qualità degli interventi nei servizi e nelle politiche del servizio sociale;

· la ricerca sociale e di servizio sociale.

D.P.R. del 5 giugno 2001, n. 328 capo IV: “Assistente sociale specialista”; iscrizione all’Albo professionale sezione A.http://www.miur.it/0006menu_c/0012docume/0098normat/1361modifi.htm

Sociologo (Norma UNI11695:2017)

La norma definisce i requisiti relativi all’attività professionale: figura professionale che studia, osserva, rileva e analizza fenomeni, processi, strutture e sistemi sociali, ne interpreta il loro manifestarsi, nei diversi aspetti di persistenza e mutamento, attraverso la costruzione e l’utilizzo di specifici indicatori e di modelli descrittivi, esplicativi e di simulazione, a vario livello di generalizzabilità e applicabilità.

Anche in accordo con altre figure professionali, il Sociologo:

· ricostruisce nessi casuali, formula ipotesi probabilistiche, descrive effetti e scenari che derivano dalla combinazione di persistenze e mutamenti (per esempio, innovazioni, riforme, politiche e interventi), nei diversi contesti e ambiti di azione sociale;

· progetta e rende operativi strumenti di monitoraggio e valutazione del disegno di ricerca, nonché della attuazione, nei diversi contesti di riferimento, di riforme, politiche e interventi che incidono sugli assetti delle strutture organizzative e sulla qualità della vita degli attori che in esse operano.

La figura è articolata in due livelli professionali: Sociologo di base e Sociologo Specialista.

Norma UNI11695:2017 “Attività professionali non regolamentate. Sociologo”http://store.uni.com/catalogo/index.php/uni-11695-2017?josso_back_to=http://store.uni.com/josso-security-check.php&josso_cmd=login_optional&josso_partnerapp_host=store.uni.com

Progettista sociale (Norma UNI 11746:2019)

La norma definisce i requisiti relativi all’attività professionale del progettista sociale, ossia la figura professionale che sviluppa e concorre alla realizzazione di progetti sociali, assumendosene la responsabilità di processo.

In quest’ambito, il progettista sociale è un operatore specializzato che sviluppa e concorre alla realizzazione di progetti sociali, assumendosene la responsabilità di processo dall’ideazione, alla pianificazione, all’esecuzione, al controllo e monitoraggio e alla chiusura.

I progetti sociali riguardano principalmente tre aree specifiche:

· progettazione di interventi di welfare nell’ambito dell’assistenza, della salute e della cultura;

· progettazione di interventi di formazione;

· progettazione di interventi di cooperazione internazionale allo sviluppo.

La norma, oltre a definire i processi e le attività che caratterizzano la progettazione sociale, identifica le competenze richieste e i requisiti formativi e di apprendimento minimi per accedere alla professione del progettista sociale.

A dimostrazione di un profilo fortemente eclettico, le conoscenze e le abilità richieste al progettista sociale attraversano diversi campi di specializzazione sociale, economica e gestionale: dalle tecniche di reportistica sociale alla conoscenza della normativa di riferimento, dai metodi di lavoro di rete a elementi di diritto amministrativo, dalle metodologie di project management alle tecniche di pianificazione finanziaria e molto altro.

Tra i requisiti di accesso sono indicati: laurea triennale a indirizzo sociale, accompagnata da un’esperienza triennale in attività di elaborazione e presentazione di progetti e da un’esperienza biennale di coordinamento e gestione progettuale. Questi requisiti formativi possono essere, in assenza di una formazione universitaria, sostituiti da un’esperienza più lunga in ambito di elaborazione, coordinamento e gestione progettuale.

Norma UNI 11746:2019 “Attività professionali non regolamentate. Progettista sociale”http://store.uni.com/catalogo/index.php/uni-11746?josso_back_to=http://store.uni.com/josso-security-check.php&josso_cmd=login_optional&josso_partnerapp_host=store.uni.com

Welfare manager (Regione Lombardia, Quadro regionale degli standard professionali)

Professionista che opera nel campo delle politiche del lavoro progettando, gestendo, monitorando e valutando i programmi di welfare sia a livello aziendale che territoriale. Il welfare manager nasce come un professionista del welfare aziendale con l'obiettivo di aiutare le aziende a offrire soluzioni di benessere ai loro dipendenti in ottica di famiglia e persona. Nel tempo questa professionalità sta allargando il proprio campo spostando l’attenzione dal benessere organizzativo e del personale all’interno dell’azienda verso la conoscenza del territorio e dei suoi servizi (profit e non). Pertanto, assume competenze per coprogettare piani di welfare integrati, con l'obiettivo di ideare e coordinare interventi atti a migliorare la qualità di vita delle persone dentro e fuori, offrendo opportunità concrete in termini di servizi e benefici.

In particolare, le competenze riconosciute e richieste oggi sono:

· progettare e gestire programmi di welfare a livello nazionale e territoriale;

· supportare i responsabili della gestione del personale in materia di welfare, smart working e lavoro agile durante le fasi di contrattualizzazione, negoziazione e contrattazione sindacale;

· monitorare e valutare programmi di welfare a livello aziendale e territoriale.

Regione Lombardia, Quadro regionale degli standard professionali p.817https://www.regione.lombardia.it/wps/wcm/connect/e4cb860d-abf5-4d16-b73f-1d36023bd893/allegato+A+dduo+n.+8885+del+20+luglio+2017.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=ROOTWORKSPACE-e4cb860d-abf5-4d16-b73f-1d36023bd893-lT6lyD5

 

 
 
Codificazioni

ISTAT

2.5.3.2.1 - Esperti nello studio, nella gestione e nel controllo dei fenomeni sociali.

Le professioni comprese in questa unità studiano e descrivono le strutture dei sistemi sociali, le popolazioni, i gruppi sociali e le istituzioni che li costituiscono, progettano, dirigono e valutano interventi nel campo delle politiche e dei servizi sociali.

Nomenclatura e classificazione delle Unità Professionalihttp://professioni.istat.it/sistemainformativoprofessioni/cp2011/scheda.php?id=2.5.3.2.1

INAPP

ADA 19.02.01- Settore 19 Servizi sociosanitari, Erogazione di interventi nei servizi sociali, Analisi dell’assetto sociale e progettazione di interventi sociosanitari.

L’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni https://atlantelavoro.inapp.org/dettaglio_ada_pre.php?id_ada=681&id_repertorio=129&codice_repertorio=SR

 

 

Approfondimenti:

L’UNI - Ente Nazionale Italiano di Unificazione - è un’associazione privata senza scopo di lucro riconosciuta dallo Stato e dall’Unione Europea che da quasi 100 anni elabora e pubblica norme tecniche volontarie – le norme UNI – in tutti i settori industriali, commerciali e del terziario.

http://www.uni.com/

Associazione Italiana dei Progettisti Sociali, Codice di condotta del progettista sociale

http://www.progettistisociali.eu/documenti/Codice_di_Condotta_del_progettista_sociale_APIS.pdf

Associazione Italiana Progettisti Sociale - AIPS

http://www.progettistisociali.eu

European Qualifications Framework - EQF

https://www.isfol.it/eqf

Norma UNI 11746: Attività professionali non regolamentate - Progettista sociale

http://store.uni.com/catalogo/index.php/uni-11746.html?josso_back_to=http://store.uni.com/josso-security-check.php&josso_cmd=login_optional&josso_partnerapp_host=store.uni.com

Norma UNI 17024: La certificazione delle professionalità

https://www.sgsgroup.it/it-it/news/2017/03/certificazione-delle-persone

Norma UNI 11648: Figura professionale del Project manager

http://store.uni.com/catalogo/index.php/uni-11648-2016.html

Vita, redazione, Progettista sociale, verso la norma nazionale Uni, gennaio 2019

http://www.vita.it/it/article/2019/01/17/progettista-sociale-verso-la-norma-nazionale-uni/150362/
 
Fonte: https://sites.google.com/site/programmazionesociale/home/box-di-approfondimento/progettista-sociale-norme-funzioni-competenze?authuser=0

Politica, pianificazione, programmazione, progettazione

 
 
 

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VEDI ANCHE LE SCHEDE:

Progettista sociale: la norma UNI sul profilo professionale (conoscenza, abilità e competenza)

 

La durata di piano e programma

Finanziamento diretto agli enti

Progettazione per bandi


Logical Framework Approach – LFA – Quadro logico

Project management

Work Breakdown Structure

Logical Framework Approach – LFA – Quadro logico

Manuali di progettazione europea


Project Cycle Management: manuale edito dal FORMEZ

http://www.fondazionecariplo.it/static/upload/for/formez_pcm_completo.pdf
 
 
 
 
 
Quattro concetti: politica, pianificazione, programmazione, progettazione.
 
 
Il modello frattale

Per approfondimenti vedasi Merlo G., p. 17-26

 

Politica: insieme di indirizzi e decisioni per il cui tramite certi soggetti, che hanno questa funzione e questo potere, cercano di influenzare la dinamica, l’evoluzione, di un sistema, spesso complesso, orientandolo verso obiettivi prefigurati, utilizzando strumenti adeguati. Policy e politics: in inglese si tende a distinguere tra policy, ovvero politica nel senso di politica pubblica o aziendale, e politics, ovvero politica nel senso di attività di governo.

Pianificazione e programmazione: Rispetto ai significati discriminanti da attribuire ai termini di pianificazione e programmazione, spesso utilizzati indifferentemente, vi è da sempre molta incertezza. Tra gli studiosi emerge la tendenza a considerarli come sinonimi e, a volte, a preferire il secondo al primo. Il favore per il termine “programmazione” è da attribuire soprattutto alla connotazione ideologica del termine pianificazione sociale, soprattutto se riferito all’attività di pianificazione (GOSPLAN) attuata nei paesi dell’ex Unione Sovietica a partire dagli anni Venti.”

Programmazione pubblica: “L’oggetto fondamentale della programmazione pubblica è la ridistribuzione di un bene definito come comune attraverso un processo di definizione tipicamente politico” (ivi, p. 56).

In questo emergono “profonde differenze di approccio dei due mondi della programmazione pubblica e aziendale” (ivi, p. 60).

Tra le molte, la più dirimente “è quella del potere: nella definizione delle materie su cui intervenire, nella possibilità di emanare norme su tali materie e infine nel prelievo coattivo di ricchezza per recuperare le risorse necessarie a un’equa distribuzione del bene comune in questione” (ivi, p. 59)

Progettazione: pensare, ideare qualcosa e studiare il modo di realizzarla in dimensioni temporali limitate e con elementi di elaborazione tecnica specifici (in altri campi: ideare la costruzione di edifici, di macchine o altro, indicando, con disegni, calcoli e simili, le modalità di realizzazione. Un progetto viene visto come un’entità autonoma che parte da una precisa e delimitata esigenza di cambiamento, introduzione di novità, realizzazione o sperimentazione di nuove opportunità o servizi; nasce e cresce, cioè, di una sua vita autonoma, dall’ideazione alla sua implementazione, realizzazione e valutazione finale. Può ulteriormente scomporsi in sotto progetti.

Vedasi anche la scheda: Concetti di base

 

Teagno (2012) evidenzia come tra piano, programma e progetto, si ritrova una catena logica che si muove dal macro al micro, dal logicamente superiore all’inferiore: «ognuno di essi rappresenta l’output del processo rispettivamente di pianificazione, programmazione, progettazione, ovvero di un percorso le cui fasi si ripetono, come in un “modello frattale”, nello stesso ordine, ma su scale di grandezza diverse, relativamente alle loro principali dimensioni (campo di intervento, metodi di confronto e partecipazione, risorse ecc.)».

Obiettivi e soluzioni non sono altro che i fini e i mezzi delle diverse attività previste dal processo: ciò che corrisponde a un mezzo per i livelli superiori può divenire un fine per quelli inferiori.

E ancora: «Possiamo dire che la pianificazione inizia specificando parti complesse per scomporle successivamente in frazioni più semplici, dettagliate, operative», così come esemplificato nella figura 1.1, riferita alle relazioni tra piano, programma e progetto relativi alla condizione delle persone anziane.



 

 
 
 
 

Un progetto (o più di uno in parallelo e sinergia) può essere uno strumento di una strategia che, come tale, ha caratteristiche di generalità e complessità di cambiamento, coinvolge un numero spesso molto articolato di attori e può, spesso deve, comprendere anche molti altri elementi (le norme, le risorse finanziarie, umane e tecnologiche ecc.).

Quindi, in astratto può essere difficile distinguere la progettazione dalla programmazione, cioè definire quando si parli di un progetto complesso, magari articolato in diverse sotto azioni, o di una strategia generale: è il “paradosso del sorite”.

Nel rapporto con la programmazione, Bruni (2009, p. 22) sottolinea come «un progetto è definito dal contribuire a realizzare una finalità, da un obiettivo concreto e misurabile, si suddivide a sua volta in fasi e tempi, si esplica in un complesso di attori, risorse e azioni. La progettazione, quindi, traduce il percorso delineato nella programmazione sociale in una serie di obiettivi concreti che consentono di soddisfare le finalità della pianificazione sociale».

Per Vergani (1988) gli elementi essenziali che costituiscono la fase della progettazione sono: «La popolazione obiettivo; i contenuti in termini, ad esempio, di servizi da rendere disponibili o di operazioni da realizzare; gli obiettivi da conseguire; gli effetti attesi; i tempi e le scadenze; le sequenze operative delle attività da svolgere; i costi e gli eventuali ricavi; le risorse umane da impiegare»

 

 

APPROFONDIMENTI

Bruni C. (, La pianificazione sociale nel quadro della teoria sociologica, in Ferraro, Bruni (2009)

Siza R., Progettare nel sociale, FrancoAngeli, MIlano (2004)

Teagno D., Logiche, stili e strumenti della pianificazione sociale, in Busso, Negri (2012)


 
Fonte: https://sites.google.com/site/programmazionesociale/home/box-di-approfondimento/pianificazione-progettazione?authuser=0
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